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Esplicitamente. Da una visione moralistica ad una condivisione educativa

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Durante il periodo natalizio ho partecipato all’incontro di Fornaci Rosse “Siamo state femministe negli anni 70” nel corso del quale sono state raccontate le esperienze, le battaglie e le rivendicazioni di alcune protagoniste del movimento femminista vicentino dal ‘68 in poi. In seguito alla discussione mi sono chiesto: quali sono gli espedienti che permettono al modello patriarcale di perpetrarsi e che alimentano la giustificazione delle differenze di genere?

Tra tutti credo che il più spudorato, “explicit” a tutti gli effetti, sia il libero accesso alla pornografia via web anche se non credo che sia necessariamente il primo a cui si pensa. Sul tema vivo una certa ambivalenza: riconosco che ogni divieto è una battaglia di principio ed un limite alla libertà e porta con sé il desiderio di infrangerlo, nel contempo credo che un attacco così palese alla parità di genere dovrebbe essere quantomeno usato con cautela.

Nel libro “Crescere uomini” di Monica Lanfranco (ed. Erikson, 2019) emerge che la quasi totalità dei 1500 ragazzi intervistati dichiara che: «la fonte unica, primaria e assoluta di insegnamento, apprendimento e ispirazione per la propria sessualità è la pornografia attraverso il web». Tale strumento di “conoscenza”, di cui si avvalgono sia i ragazzi che le ragazze da ormai una quindicina d’anni, ha un’estrema facilità di accesso . Non vi è più l’imbarazzo di presentarsi davanti ad un giornalaio, né le difficoltà di occultare videocassette nelle custodie dei classici Disney: con un qualsiasi smartphone e una rete internet qualunque adolescente può accedere ad un immenso mondo di contenuti hard i cui limiti di accesso sono facilmente aggirabili con un click che autocertifica la maggiore età.

Purtroppo l’uso che i ragazzi fanno dei contenuti espliciti è improprio, perché questi non ha un intento pedagogico, al contrario, l’industria sembra più interessata ad appagare una clientela sessista misogina e rancorosa a cui propinare fantasie che si reggono su un immaginario nostalgico e turbo-patriarcale. Nelle trame l’uomo appare brutale cacciatore e la donna facile preda, per la quale l’iniziale ritrosia e scontrosità è solo una effimera convenzione sociale che cela il recondito desiderio ed appagamento nel ricevere percosse, violenze, stupri. La rappresentazione della violenza è sempre priva di contesto, di sviluppo e non ha alcuna pretesa simbolica, ma si configura come una cruda raffigurazione dell’atto priva di giudizio.

Non credo che i videogiochi violenti formino schiere di omicidi e allo stesso modo non voglio in alcun modo sostenere la tesi che fare uso di pornografia induca a diventare contestualmente violenti stupratori. Praticamente qualsiasi millenial ha perpetrato entrambe le esperienze sopra elencate e non mi pare che il mondo sia diventato una riproduzione di Saw. Lungi da me quindi l’intenzione di intraprendere una crociata contro il porno in sé, che in quanto rappresentazione dell’amore o degli amori, qualora interpretato da attori adulti, consenzienti e retribuiti potrebbe essere anche annoverata provocatoriamente tra le forme d’arte.

Ho però l’impressione che studiare su questi “testi” conduca inconsciamente ad una normalizzazione della violenza, alla banalizzazione dell’abuso ed alimenti quei luoghi comuni secondo i quali “alla fine se l’è cercata” e “in fondo in fondo gli è pure piaciuto”.

La pornografia si focalizza sulla carnalità tralasciando tutto il resto che caratterizza un rapporto sentimentale reale caratterizzato da contesti, emozioni, sentimenti, responsabilità, maturità. Non deve stupire il senso di frustrazione ed inadeguatezza di quei ragazzi e ragazze che scoprono di possedere strumenti inadeguati per affrontare un rapporto sentimentale.

Nel suo libro Lanfranco ci racconta che: «istituzioni, educatori e famiglie non riescono a trovare il modo giusto per parlare agli adolescenti di sesso, sessualità e orientamento sessuale per timore paura, ignoranza e, mentre loro lasciano passare anni prima di decidere come fare, intere generazioni fanno formazione con la pornografia». A metterci il carico ci pensa l’attuale contesto pandemico che limita oltremodo le occasioni di confronto tra pari: temo che quando un ragazzo dovrà scegliere tra mandare un chattino ad un suo compagno per chiedere un’opinione, esponendosi a possibile scherno o cercare sul web, sceglierà sempre la seconda opzione.

Trovare le giuste parole, o anche semplicemente delle parole, sembra essere l’unica soluzione. Un intervento legislativo a carattere proibitivo, come unna moratoria per bandire i contenuti che includono scene degradanti ed abusi, come legiferato da alcuni stati europei tra cui Svizzera e Svezia, sebbene auspicabile, appare irrealizzabile. Come si può stabilire se un contenuto è inappropriato quando la quasi totalità delle applicazioni e i siti oggi dialogano mediante connessioni cifrate per proteggere la riservatezza delle comunicazioni delle persone?

Dal canto mio, mi appresto a diventare genitore, e mi ripropongo di parlare esplicitamente di sentimenti e sessualità in termini mai allegorici in modo che possa vivere queste tematiche non come un tabù ma possa coltivare una sessualità matura. Non una strategia del controllo, con applicazioni di parenting control dall’efficacia per altro discutibile, ma educazione parentale all’affettività e all’uso del web prima che scoprano cosa succede premendo CRTL + SHIFT + N. Non sarà facile…

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