Interviste

Fuori dalla gabbia delle disuguaglianze sociali.

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di Grisha L’orso

La fine dell’Ottobre 2020 è stata segnata dal trionfo elettorale del Movimiento al Socialismo in Bolivia e dal referendum plebiscitario per una nuova Costituzione in Cile. Ne parliamo con Enrico Padoan, ricercatore presso la Scuola Normale di Pisa su temi quali populismo, partiti e movimenti sociali, autore insieme ad Anita Perricone dell’instant-book Cile in rivolta (Castelvecchi, 2020) e del volume Anti-Neoliberal Populisms in Comparative Perspective. A Latinamericanization of Southern Europe? (Routledge, 2020). 


Ciao Enrico. Cos’è successo in Cile solo pochi giorni fa?

Domenica 25 ottobre 2020 in Cile c’è stato il cosiddetto plebiscito, il referendum (inizialmente previsto in aprile poi rinviato causa Covid) in cui i cileni erano chiamati a votare due cose: il primo quesito riguardava la volontà di approvare o rifiutare la convocazione di un’assemblea costituente per cancellare la costituzione vigente promulgata nel 1980 dal regime militare di Pinochet, sostituendola con una nuova Carta costituzionale; il secondo quesito riguardava invece la scelta dell’organo che avrebbe dovuto e che dovrà concretamente redigere la nuova Costituzione. C’erano due opzioni legate al secondo quesito, la prima riguardava la possibilità di convocare un’Assemblea costituente ex novo composta da 155 costituenti egualmente divisi tra uomini e donne, tra cui sono previsti seggi da riservare alle minoranze indigene; la seconda opzione prevedeva invece la creazione di un organo denominato convenzione costituzionale mista, composta per metà da parlamentari vigenti (delegati del Parlamento attuale) e per metà eletti dal popolo. Per quanto riguarda i risultati, in entrambi i casi è passata con l’80% l’opzione più democratica: i cileni hanno votato per una nuova Costituzione e una percentuale molto simile ha richiesto la convocazione di un’assemblea costituente eletta ex novo. È stato un vero e proprio plebiscito, con l’80% si ha chiaramente una maggioranza netta e, va detto, l’unico dato negativo è stato quello della partecipazione, registrata attorno al 50% degli aventi diritto, comunque superiore a quella delle ultime elezioni parlamentarie e presidenziali. In molti sono andati a votare, si poteva sperare in qualcosina di più, sicuramente il Covid ha scoraggiato qualcuno, forse anche la scontatezza del risultato: i sondaggi erano unanimi nel prevedere un successo oltre il 70%. La Costituente è comunque pienamente legittimata dal basso.

Sono già disponibili analisi sociologiche sul voto?

Al momento i dati sono aggregati, non facilmente analizzabili, in ogni regione ha vinto l’Apruebo (la formula per dire “approvo una nuova Costituzione”). Gli unici tre Comuni di Santiago che hanno votato in maggioranza per il rifiuto sono i classici tre Comuni a maggiore reddito pro capite, i bastioni della destra, mentre in tutto il resto del Paese anche nelle regioni in cui la destra è forte si sono registrate percentuali del 66 a 33 a favore dell’approvazione. 

Il referendum per la nuova Costituzione è figlio dei mesi di proteste del 2019. Come raccontate tu ed Anita Perricone nel vostro libro, le proteste furono convocate inizialmente contro il rincaro del prezzo della metropolitana negli orari di punta, un aspetto della vita quotidiana dei cileni, ma ben presto giunsero a reclamare altre questioni essenziali: diritto a sanità e istruzione pubbliche, una contrattazione collettiva del lavoro, diritto alla pensione, forme di tutela ambientale e delle minoranze etniche… garanzie basilari e forse scontate per un Paese europeo, ma assolutamente ostacolate sul piano giuridico dalla Costituzione promulgata nel 1980 dal regime di Pinochet. È possibile individuare chi sono stati gli organizzatori delle proteste e chi gli architetti politici del referendum?

Se abbiamo in mente un tipo di proteste sociali in cui c’è un attore organizzato che convoca la gente in piazza, non è esattamente quello che è successo. Una serie di tam tam hanno convocato la gente in piazza, che si è riversata spontaneamente sulla base di movimenti sociali sorti nell’ultimo decennio e che avevano creato un po’ di tessuto organizzativo, però la gente poi è scesa in piazza in maniera così massiva non perché affiliata a determinati movimenti gruppi o associazioni ma sostanzialmente sulla base dell’onda emotiva dettata dalle prime proteste, dalle repressioni e da una semplice presa di coscienza dei problemi del Cile, spesso anche grazie a reti amicali, figlie di tanti anni di dibattito sotterraneo. Il referendum viene dalle proteste, che hanno permesso l’esplosione del malcontento, ha avuto successo perché ha dato risposto a quella che non era una domanda nuova, ma bensì una domanda che viene da parecchio tempo in Cile: un movimento per la convocazione di un’assemblea costituente si era costituito più o meno già dieci anni fa quando al governo c’era il centro-sinistra e finì con un nulla di fatto, con una grossa delusione per i sostenitori del centro-sinistra cileno. Era una domanda che covava da tempo, una storica richiesta della cittadinanza cilena ed è stata anche utile, perché la domanda di un’assemblea costituente apre a scenari per una possibile risposta ai problemi in senso stretto, non si risolvono di per sé i problemi concreti che la Costituzione attuale non permette di affrontare: cambiare Costituzione è una condizione necessaria ma non sufficiente per un vero e proprio cambiamento, però è un passo decisivo, trionfale se vogliamo. 

L’America Latina e l’Europa hanno vissuto esperienze storiche profondamente diverse, ad esempio nell’implementazione degli attuali modelli di sviluppo socioeconomici, e le rispettive società hanno quindi maturato sensibilità nettamente distinte sulle vicende. Cercando quindi delle coordinate europee, per comprendere meglio quanto accaduto in Cile, ti viene in mente qualche avvenimento storico paragonabile in certi termini?

Cercando un paragone europeo, si può raffrontare con la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo o, anche se non si tratta di combattere un regime dittatoriale in senso stretto, ma è una domanda di rifondazione dello Stato, si torna a 30 anni fa nell’Europa dell’Est. Si torna a temi più moderni, a quanto avvenuto in Spagna durante la fase degli Indignados quando si diceva “bisogna abbattere il regime del ‘78”, la nascita della Spagna democratica con il patto fra forze ex-franchiste, forze socialiste e comuniste. Forse questo è il paragone più azzeccato, in entrambi i casi c’è stata la volontà di mettere in discussione l’eredità di una democrazia nata come patto tra élite anziché come vera e propria rifondazione di uno Stato, un patto che serviva ad evitare che la transizione cadesse preda di contro-reazioni, per cui non si poteva oltrepassare troppo una determinata linea onde evitare che i militari tornassero in strada. A differenza della Spagna, nel Cile del 1988 i rapporti di forza tra destra militare e mondo democratico erano estremamente favorevoli ai primi, di conseguenza l’esito è stato molto più sbilanciato, nel mantenimento di una Costituzione immodificabile con determinate garanzie ai militari e con un modello economico imposto ben preciso: la cappa era molto più pesante che nel caso spagnolo. La messa in questione popolare dei fondamenti della democrazia in Spagna durò molto meno, in Cile è durata di più, fino all’esito che abbiamo visto e che vedremo nei prossimi mesi.

A proposito di trionfi, la settimana scorsa è stata marcata dal 55% ottenuto alle elezioni presidenziali dalMovimiento al Socialismo (MAS) in Bolivia. Anche in quel caso si tratta di un rifiuto del neoliberismo?

Credo che quanto accaduto in Bolivia abbia diverse spiegazioni. La prima è che in Bolivia si è scoperto che l’anno scorso più che una volontà di cambiamento, si era espresso un rifiuto del leaderismo di Evo Morales. Secondo la legge boliviana, le elezioni si vincono prendendo più del 50% dei voti al primo turno o staccando di 10 punti il secondo. Nonostante un referendum del 2016 gli impedisse di ricandidarsi, Evo Morales nell’ottobre 2019 si era ricandidato con il MAS grazie ad alcuni stratagemmi, vinse con il 47% battendo il secondo al 36%, con 10,5 punti di differenza, per cui ci furono accuse di brogli, l’OEA diede ragione all’opposizione, vi fu una rivolta da parte di cittadini della classe media e media-alta con atti di violenza, i militari “consigliarono” a Evo di dimettersi insieme ai membri del suo governo e venne nominata una presidente ad interim che ebbe vita complicata, poiché si trattava di un governo debole e diviso, sorto sulla base di proteste anche violente, spesso evidentemente classiste e razziste, un governo che presto si macchiò di casi di corruzione gravi tra cui speculazione sull’acquisto di ventilatori meccanici durante l’epidemia di Covid. L’interim sarebbe dovuto durare pochi mesi, portando a nuove elezioni in aprile, ma con l’emergenza sanitaria si è protratto di un anno e le elezioni si sono tenute solo ora grazie alle mobilitazioni dei sindacati e dei movimenti indigeni, con scioperi e blocchi delle strade come non si vedevano dai primi anni Duemila. Il MAS con una nuova leadership, formata dall’ex-ministro dell’economia, Luis Arce…

Un keynesiano…

Esatto, dall’architetto del miracolo economico boliviano, un accademico con formazione negli Stati Uniti, e dal vice David Choquehuanca, un uomo di provenienza sindacale dei movimenti indigeni dell’altopiano boliviano, ha stravinto le elezioni, lasciando il candidato del centrodestra Carlos Mesa a oltre 25 punti percentuali di distacco, mentre il terzo arrivato è stato Camacho, leader di estrema destra della Bolivia bianca. Da un lato c’è stato la conferma che i boliviani hanno sviluppato un’evidente preferenza per la democrazia, prima di tutto, contro il golpe che ha da subito mostrato una certa ferocia nella repressione; dall’altro lato c’è stata una richiesta di continuità con i precedenti 15 anni guidati da Evo Morales. Quest’ultimo anno, malgrado la propaganda reazionaria da parte del governo, gli scandali di corruzione e una gestione del Covid molto deficitaria hanno fatto sì che molti boliviani che magari un anno fa avevano deciso di sfiduciare Evo Morales siano tornati ora sui loro passi optando per dare continuità al cosiddetto proceso de cambio avviato dal MAS. Molto rilevante per il risultato finale è stata la spaccatura nell’opposizione, perché comunque tra le élite bianche dell’altopiano e dell’oriente non corre buon sangue, ci sono divergenze di ideologie e di interessi tali da farle apparire immediatamente poco credibili. Non ultimo, c’è da dire che il MAS è l’unico partito organizzato dell’intera Bolivia, con enorme capacità di radicamento e organizzazione soprattutto nelle aree rurali, dove hanno votato il MAS in maniera così compatta che il voto nelle città, storicamente più diviso, diventasse meno preponderante rispetto a un anno fa. Sarà interessante seguire il processo di transizione, la mia impressione è che non verrà perseguita una strategia di vendetta nei confronti di coloro che si sono macchiati di crimini nell’interim, l’interesse del nuovo presidente e vice è invece di stabilizzare il Paese, pacificare, anche sulla base di un trionfo, perché di questo si tratta. C’è molta speranza di superare quest’anno complicato. 

Tornando al Cile, le proteste dell’anno passato furono di certo alimentate anche dal movimento femminista, venuto alla ribalta per combattere abusi sessuali o discriminazioni e poi articolato politicamente. Sta irrompendo un nuovo movimento sociale in America Latina, forse più familiare per noi europei rispetto alla presenza di sindacati e movimenti indigeni?

Sì, è un movimento che ha avuto enorme importanza durante le proteste in Cile. È estremamente importante in Argentina, dove è vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner, che sicuramente fa parte di un partito che non ha prestato particolare attenzione nel corso della propria storia verso i temi del genere come li intendiamo oggi, che però ha sempre spinto per un rinnovamento della sinistra peronista in tal senso. È un movimento che in Cile ha saputo parlare molto oltre il circolo di militanti e di attiviste, ha una forza mediatica non irrilevante, con personaggi anche dello spettacolo che hanno aiutato a portare avanti questa battaglia in moltissime sedi e hanno sviluppato anche una certa estetica in senso culturale e musicale di massa, di forte impatto. C’è stata una vasta e sapiente forma di pressione messa in atto dalle organizzazioni femministe per far sì che la nuova costituente (che verrà votata l’11 aprile 2021) abbia come risultato un’equa ripartizione dei seggi fra uomini e donne, c’è stata una grande lotta, condotta anche da colleghe mie, dell’Universidad Católica e dei circoli di scienza politica: è molto interessante, perché in un paese tendenzialmente molto tecnocratico (in cui il peso di questi gruppi di ricerca può diventare molto importante), le colleghe hanno saputo fare rete e agire da lobby in senso buono per arrivare a questo risultato importantissimo, che garantisce pari rappresentanza in termini di seggi e non di candidature.

In conclusione, possiamo osservare a distanza un continente latino-americano che brulica di proteste sociali, che mettono in discussione l’ordine esistente e vincono, trionfano nelle urne. Alle nostre latitudini, invece, non abbiamo soggetti politici che mettono in discussione l’esistente e quelli che (almeno teoricamente) dovrebbero farlo straperdono le elezioni. Che lezioni possiamo trarne per l’Europa?

Sia in Italia che in Europa vediamo proteste, anche legate alla fase del lockdown (tanto per rimanere nel dibattito attualissimo), a un’esplosione di proteste incrociate fra una guerra tra poveri immensa dovuta alla situazione, alle misure, alla scarsissima capacità dei politici di articolare alleanze sociali. Quanto accaduto in Cile è che una battaglia come l’Assemblea costituente è servita come coagulante di diverse anime, di diversi tipi di persone e di categorie sociali che hanno lottato tutti nella stessa direzione. Qui in Italia chiaramente la Costituzione è nostra, non è quella del Cile, per cui non credo che la battaglia vada fatta lì, non vedo come potremmo uscirne meglio rispetto a quella che già abbiamo, importante è invece il messaggio di trovare una questione sufficientemente concreta ma anche al contempo sufficientemente astratta da permettere alleanze per muovere le persone di classe media e popolare in direzione anti-elitista: semplicemente politicizzare le disuguaglianze sociali. Questo hanno fatto in Cile, hanno politicizzato le disuguaglianze sociali. Qui in Italia la politicizzazione che viene portata avanti da personaggi, penso a Mentana, è quella nota tra garantiti e non garantiti, lavoratori dipendenti contro autonomi, mi sembrano modi di leggere la realtà estremamente pericolosi, sono modi di politicizzare le differenze che possono portare a problemi molto seri, a divisioni fra gruppi sociali che in questo momento sono tutti in difficoltà. Serve una battaglia per colpire gli interessi dei pochi: in Cile c’è la lotta all’1%, la lotta alle Sette Famiglie, ai grandi conglomerati e ai fondi pensione, hanno nomi e cognomi. È come se qui d’incanto ci trovassimo a combattere i Briatore, i De Benedetti, i Benetton… per ridistribuire il reddito e senza scatenare guerre tra poveri per risorse scarse. In Cile l’hanno fatto utilizzando ovviamente le piazze, utilizzando la richiesta di una nuova Costituzione. Da noi può essere una lotta per la patrimoniale, una lotta per colpire i grandissimi patrimoni: bisogna trovare battaglie comuni anziché scannarsi l’un l’altro per difendere un orticello che prima o dopo appassirà per tutti.

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