Città

Il tempo di una sigaretta

2 Mins read

Luigi Ghirri, Lido di Spina, 1974

Ieri sera mi trovavo a fumare una sigaretta in terrazzo. Mi capita spesso, fortunatamente negli ultimi tempi un po’ meno.
Mi son trovato a pensare alla città che se ne sta ai miei piedi. Che alle dieci di sera si silenzia a tal punto da farmi sentire gli
altoparlanti della stazione, facendomi percepire una cosa che non riesco ancora a digerire e che chiamano coprifuoco.
Mi interrogavo sul senso dello spazio pubblico come luogo delle relazioni, come sia mutato negli scorsi mesi e se, in qualche modo, stiamo assistendo a un suo lento e impercettibile incancrenire.
Se, infatti, negli ultimi decenni avevamo, coerentemente con le logiche liberiste, visto ridurre le possibilità di concepirlo come un qualcosa che esulasse dalle logiche di mercato e se la retorica antidegrado ha cominciato ad essere pervasiva e assordante, negli ultimi mesi abbiamo assistito a un annichilimento dello spazio pubblico.
Mi chiedevo come sia mutato il nostro modo di abitare nei mesi scorsi. E mi trovavo a contare sulla punta delle dita le soglie domestiche che avevo varcato nell’ultimo mese. Come se l’idea del privato fosse stata portata al suo massimo compimento. Se si fosse abolita l’ospitalità: quella forma di accoglienza per cui una casa come la nostra spesso si è trasformata in una piccola piazza.
E mi trovavo a riflettere su come i miei pensieri iniziali, che considero tuttora validi, sul fatto che da un’epidemia si possa uscire con le ossa meno rotte (ieri a tavola scherzavamo dicendoci: non so se #andràtuttobene, ma #potevaandarepeggio) soltanto mantenendo un approccio sistemico, ecologico, complesso e collettivo, siano stati in realtà superati ampiamente da una visione che ha puntato su altre parole d’ordine, che nel migliore dei casi hanno a che fare con la responsabilità individuale.
In questo modo le fragilità emergono più chiaramente e solo chi è in grado di far leva sui rapporti di forza ha modo di alzare la voce. Il conflitto emerge solo per salvaguardare interessi particolari. Per il resto è atomizzazione totale. Il pericolo del si salvi chi può, del meglio a te che a me, se non il senso di rassegnata frustrazione tendono a prendere il sopravvento. Per il resto un eterno richiamo al “buonsenso”, parola che non smette di farmi correre un brivido lungo la schiena ogni volta che la sento pronunciare.
Mi chiedo se questo esperimento collettivo non possa suonare come campana da morto per la sinistra, che ha e continua giustamente a pensare che non ci si possa liberare da soli, proprio in un momento in cui la liberazione è più che necessaria.
Come se questa immersione nel privato diventasse un grandissimo senso di privazione.




Non mi spaventa l’idea di sopravvivere psicologicamente a questo momento. Riesco a trovare gli strumenti per mantenermi a galla. Riesco a gestire la noia, il presente, riesco ad avere slanci per affrontare i tempi che ci troveremo a vivere. Riesco anche a fare sforzi d’immaginazione. Mi spaventa semplicemente l’idea di farlo da solo.

Related posts
Città

Morire a Vicenza (pt. 2): il Cimitero Acattolico, un luogo dimenticato

4 Mins read
Nell’articolo che ho pubblicato il 16 febbraio in merito alla questione della collocazione delle sepolture islamiche a Vicenza (che a quanto ne…
Città

Sulle bande nere

3 Mins read
Dall’anno 2002 con l’associazione Arciragazzi attivammo il primo nostro progetto rivolto alle bambine e ai bambini che arrivavano a Vicenza provenienti da…
Città

Su insulti, baby gang e altre faccende. Radiografia di un modo di raccontare le notizie

11 Mins read
Un fotogramma dalla quinta stagione della serie tv “The Wire” di David Simon (USA, 2008) Un giornalista ha risposto alla lettera che…