Idraulica sociale

La cura ai tempi del Covid

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Dal vocabolario Treccani: prendersi (o darsicura (di qualcosa o qualcuno) [prestare la propria assistenza a qualcuno] ≈ accudire, assistere, badare, curare, darsi premura, occuparsi.

Le immagini evocate dall’espressione “prendersi cura” potrebbero essere una madre che culla il suo bambino, un figlio che accarezza il genitore anziano, due partner in un abbraccio, la zia che ti pizzica le guance, un uomo che tende la mano a un altro che sta salendo in tram, un operatore socio-sanitario che prende sotto braccio un anziano per passeggiare…

Potremmo trovarle condivisibili, fanno parte di un linguaggio universale. Tanto che verrebbe da chiedersi: in quale mondo potrebbe essere altrimenti?

Evidentemente in questo mondo che ha stravolto il nostro stile di vita, di comunicazione, di relazioni… e appunto di cura. La cosa strana di questa nuova malattia è che il più delle volte la vittima non è il malato, il malato è una sorta di carnefice a cui si vuole bene, il portatore di un virus potenzialmente letale che vive nella costante sensazione di essere pericoloso, minaccioso, alle volte persino colpevole di disattenzione e superficialità.

Chi risulta positivo al tampone, si ritrova isolato e allo stesso tempo bisognoso di tutto, ma con la percezione di essere in qualche modo in errore. Il curante (familiare o sanitario che sia) sente il desiderio di aiutare, ma non lo fa “al capezzale”, lo fa da dietro la porta di una stanza che non osa varcare.

Si disinfettano ossessivamente maniglie, si cambia l’aria, si puliscono gli spazi domestici dove passa il malato, per preservare se stessi – anche solo per poter continuare a dare cura. Si sviluppa una naturale (?) diffidenza. Ci si accosta al contagiato con paura, “scafandrati”, muniti di mascherina, guanti, visiera perché nessun lembo di pelle possa esporsi al rischio.

Se pensiamo che la prima cura che riceviamo appena nati è il contatto pelle su pelle con la mamma, possiamo dire che questo virus obbliga a rinunciare anche al richiamo più primordiale: nessuno con un po’ di senno metterebbe a rischio la propria madre stringendola in un abbraccio!

Quella imposta dal Covid è una cura da reinventare, che cambia volto e obbliga a medicine relazionali impalpabili. Nello stile tipicamente italiano verrebbe da ricorrere a una medicina potente: il cibo. Il nutrimento che consola, diverte e avvicina. Ebbene il virus toglie pure il gusto e l’olfatto, anzi ci si ritrova isolati dai tre sensi che caratterizzano la relazione, perché va aggiunto anche il tatto.

Quindi niente profumo di lenzuola pulite o gusto del brodo caldo, per non parlare poi del calore di un abbraccio! È un virus che toglie il respiro (anche letteralmente) e trasforma i luoghi familiari in prigioni, le persone care in elementi di rischio o persone da proteggere.

Si legge che mancano i posti in terapia intensiva e scarseggiano i reagenti dei tamponi, ma mancano anche quelle esperienze curative che facevano parte dell’esistenza di ciascuno fino a qualche mese fa. Manca la presenza.

Al malato non resta che tenere a memoria quegli odori, quei gusti, quelle carezze preziosi e ricordarsi che il presente ha un tempo e il passato non torna. Mentre il futuro, se lo vorremo, darà nuova importanza a quella cura tangibile, esperita che sa di sciroppo per la tosse, di mani sulla fronte, di grattini sulla schiena. 

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