Arte

La lezione del Quarto Stato: mai voltarsi indietro.

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di Chiara Celoria

Sì, lo sappiamo: può sembrare banale ricordare le celebrazioni del 1 Maggio corredando qualsivoglia riflessione con l’icona de Il Quarto Stato, immagine ormai impressa nella memoria collettiva e assunta a simbolo dell’ideologia socialista. È superfluo ricordare come essa sia stata costantemente riattivata nel tempo: ribaltata, tagliuzzata e riprodotta all’interno di pubblicità. Se ne è servita persino l’Associazione Italiana Pellicceria nel 1994, vestendo la popolana di visone e rivendicando i diritti dei lavoratori nel campo della produzione di pellicce al grido di “Meglio in pelliccia che nude”. Fumetti come Dylan Dog, vignette satiriche da Giannelli a Vauro e naturalmente manifesti politici.

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Eppure, c’è un motivo se la persistenza di questa raffigurazione popolare nella coscienza visiva italiana (e non solo) è tale da aver innescato una serie ri-attualizzazioni eloquenti, primo fra tutti il dipinto dell’artista cinese Liu Xiaodong Thigs aren’t as bad as they could be, realizzato nel 2017 per la mostra alla Triennale di Milano Terra inquieta, curata da Massimiliano Gioni sul tema dell’erranza e sul bisogno globale di dare voce a coloro che sperimentano la condizione del rifugiato. La variante contemporanea fotografa un gruppo di migranti e richiedenti asilo reclutati sul piazzale della Stazione Centrale: il parallelo tra i proletari di inizio Novecento e coloro che vengono marginalizzati dalla società del nuovo millennio si apre alla possibilità che gli “ultimi” siano i primi di un mondo migliore. 

Il Quarto Stato è il risultato, peraltro poco apprezzato dalla critica all’epoca della sua prima esposizione,  di diversi bozzetti preparatori, lavori intermedi e lunghe meditazioni di Giuseppe Pellizza da Volpedo, dapprima sul tema dello sciopero contadino e in seguito sul motivo celebrativo della classe sociale esclusa, iniziate almeno dieci anni prima della sua effettiva realizzazione nel 1901.

L’artista era persuaso del compito sociale della sua categoria di educare spiritualmente il popolo.

La potenza evocativa di questa scena di semplici elementi – un insieme di personaggi che avanzano verso lo spettatore emergendo da un paesaggio indefinito – è data, oltre che dalle dimensioni (per chi non ha avuto occasione di vederlo dal vivo presso il Museo del Novecento di Milano dal 2010, si tratta di una tela di 293x545cm) dalla teatralità scenografica della massa compatta, guidata da un’avanguardia di tre figure emblematiche, illuminate da una luce piena e calda e interpretate da certi studiosi come le tre età dell’uomo. Rispetto alle versioni precedenti, Pellizza in questo dipinto, noto anche come Il cammino dei lavoratori , rinuncia al progetto iniziale di rappresentazione di una folla disarticolata in protesta, ma opta per uno schieramento che si muove frontalmente, cadenzato e pacato, nel quale è possibile cogliere la naturalità dei gesti che il pittore ha saputo tradurre grazie a un accurato studio dal vero.

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I lavoratori incedono speranzosi e decisi verso un avvenire che l’artista, forse deliberatamente, non ha concretizzato, ma si trova extra-quadro, nella medesima dimensione di chi osserva: la nostra. Quasi a volerci lasciare il testimone della sua attuazione.

Questi mesi forzatamente ritirati ci hanno imposto di modificare la dinamica relazionale tra gli individui (ora mediata da uno schermo, ma che non dimentica il piacere del faccia a faccia), la nostra routine quotidiana rapportata a un nuovo modo di vivere gli spazi abitativi, gli equilibri familiari, la scuola e la formazione, ma soprattutto ci obbligano a ripensare il mondo del lavoro, già radicalmente messo alla prova dall’introduzione massiva dello smart working, che risulterà inevitabilmente compromesso dagli effetti della pandemia. 

Il distacco dalla frenesia della quotidianità e dall’ossessione di essere funzionali e produttivi ci conduce, come sostiene Umberto Galimberti, a ridimensionare la dipendenza che avevamo nei confronti del nostro ruolo lavorativo e a recuperare un benessere psicofisico. Quel che è certo è che sulla base dell’imprescindibilità di tale benessere, che nel periodo di emergenza sanitaria si connota ancora più specificatamente, si dovrà regolarizzare la nuova idea di lavoro, garante di tutti i diritti e delle tutele individuali. Lavoro come scelta consapevole e realizzazione del sé. Lavoro come gratificazione personale prima che asservimento a logiche affaristiche. Lavoro come fondamento di una vita dignitosa e non come ricatto per la sopravvivenza.

Ora come mai il messaggio del Quarto Stato è urgente, nell’impossibilità di un ritorno alla normalità: i lavoratori non dovranno più voltarsi indietro, ma conquistare un tempo che non potrà essere come il passato.