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Morire a Vicenza (pt. 2): il Cimitero Acattolico, un luogo dimenticato

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Nell’articolo che ho pubblicato il 16 febbraio in merito alla questione della collocazione delle sepolture islamiche a Vicenza (che a quanto ne sappiamo ancora non ha trovato soluzione) ripercorrendo l’odissea della comunità musulmana e il rimpallo con il Comune nelle ipotesi di destinazione, sono incappata nel toponimo “Cimitero acattolico”. In un’occasione era stato indicato come luogo prescelto, ma la proposta era immediatamente decaduta. Spinta dalla curiosità, ho effettuato qualche ricerca e un giorno mi ci sono recata di persona.

Complice il clima uggioso, che ha aumentato la percezione di degrado, il cimitero oggi versa in uno stato di semi-abbandono. Vi si entra attraverso una porta ricavata nel perimetro cinto da mura, accanto alla quale si situa l’abitazione del custode (sarebbe bello scambiarci qualche parola), e si presenta come un’area verde spoglia, fatto salvo per un boschetto di alberi e poche tombe, alcune con lapidi dall’iscrizione appena leggibile, alcune in uno stile sorprendentemente liberty, come il tempietto con inserti policromi di Gioachino Luzzatto. La natura è lasciata libera ma non è incolta, similmente ai giardini romantici all’inglese, anche se certo non si può dire che il verde sia curato.

Dando le spalle all’ingresso, sul fondo, si nota un tempietto con la porta chiusa, che non tutti sanno essere una camera mortuaria, con un ripiano per il lavaggio e la composizione delle salme secondo il rito ebraico. Nel 2019 il Comune strinse un accordo con Aim Amcps e il Centro edile “Andrea Palladio” per effettuare un intervento di risanamento all’edificio e di riqualificazione dei drenaggi nel terreno, facendo eseguire il restauro da tirocinanti, studenti dell’ente di formazione professionale, con la supervisione dei tecnici di Aim. Un’operazione lodevole e una buona possibilità formativa per i ragazzi, che tuttavia non mi è sembrata affatto pubblicizzata, nonostante a lavori conclusi si sia deciso di ospitare nel cimitero un evento di Vicenza Jazz. E qui si apre il capitolo circa il possibile riutilizzo del luogo: al lancio del restauro l’allora assessore Claudio Cicero palesò la sua intenzione di riportare il camposanto alla funzione originaria di ospitare i defunti di tutte le religioni non cattoliche, dato che l’ultima inumazione fu quella di Ermes Jacchia nel 1956.

Due anni prima, invece, si era diffusa la voce che la giunta Variati volesse smantellare il cimitero e adibire lo spazio a parco pubblico, notizia che preoccupò immediatamente la comunità ebraica di Vicenza e Verona e l’associazione Italia Nostra, ma che fu subito smentita dal sindaco. Infatti, non solo l’accordo di rispetto religioso sottoscritto negli anni Settanta tra Stato italiano e comunità israelite prevede che le sepolture abbiano carattere perpetuo, ma il terreno è anche oggetto di vincolo della Soprintendenza dei Beni Ambientali e Architettonici. In quell’occasione fu solo chiarito che l’area non ha i requisiti necessari per accogliere nuove sepolture. Come uscire dall’impasse? Certo è che questo luogo ha un passato molto interessante e poco conosciuto che racconta una parte significativa della storia della città.

La superficie che ricopre, nell’odierna Via Fratelli Bandiera accanto al fiume Astichello, dal Medioevo fino al Cinquecento fu occupata da un’abbazia benedettina, poi ceduta ai frati camaldolesi e fu convertita in cimitero solo nel 1806, in seguito a un decreto italico che vietava la tumulazione dei defunti nei sagrati o dentro le chiese e imponeva di creare luoghi comuni all’aperto predisposti a tale scopo. Insieme ad un altro cimitero costruito fuori porta Castello avrebbe dovuto servire la città. Quest’ultimo tuttavia si dimostrò inadatto dal punto di vista igienico-sanitario e nel 1817 il Comune decise di erigere il nuovo Cimitero Maggiore.

Qui, negli anni Venti dell’Ottocento, l’autorità militare austriaca, insistette per tumulare anche i soldati che in precedenza venivano sepolti proprio in Campo Marzo, ma la Congregazione Municipale dispose di spostarli nel cimitero vicino all’Astichello. Tra il 1830 e il 1833 esso fu riadattato dall’architetto neoclassico Bartolomeo Malacarne, ultimo interprete del palladianesimo scelto come architetto municipale e dunque autore di diverse soluzioni architettoniche e urbanistiche a Vicenza, tra cui il restauro delle Scalette di Monte Berico, la sistemazione a parco pubblico di Campo Marzo con la costruzione dell’esotico Caffè Moresco (distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale), la realizzazione delle vie di circonvallazione fuori le mura, la costruzione dello stesso Cimitero Maggiore. Con il suo progetto, il cimitero dei militari fu diviso da un muro in più settori atti a ospitare anche le salme degli ebrei, dei non cattolici e dei bambini morti senza battesimo. Il muro venne abbattuto alla fine del secolo e le parti furono separate solo da piante. I militari italiani furono riesumati e trasportati al camposanto principale, mentre durante le guerre mondiali hanno continuato a seppellirvi soldati stranieri, soprattutto tedeschi.

Il Cimitero acattolico è una notevole testimonianza culturale della presenza di famiglie ebree in città fin dal 1200. Nel nostro territorio tale presenza è documentata fino al 1486, anno dell’espulsione definitiva, con il pretesto d’accusa di perpetrare omicidi rituali ai danni dei bambini, in realtà avvenuta contro l’esercizio del prestito a interesse. Nel 1517 il Consiglio dei Pregadi decise che tutti gli ebrei di Venezia dovessero obbligatoriamente risiedere nel ghetto; su modello di quello veneziano ne furono istituiti altri nelle città di Verona e Padova e da quel momento le notizie furono più scarse.

Tra i nomi delle famiglie vicentine seppellite in questo luogo rigurano i Levi, gli Ancona, i Luzzato, i Lattes, gli Orefice. A questa, in particolare, apparteneva Giacomo, noto musicista e compositore, la cui casa natale si trovava dove oggi sta il plateatico del Caffè Garibaldi. E’ curioso notare come molti edifici e lastre commemorative dedicate a ebrei illustri siano state rimosse e demolite nel tempo, anche per ragioni legate al ripristino delle preesistenze palladiane. La stessa sorte (ma con motivazioni differenti) ha subito la vecchia toponomastica: a Vicenza erano noti i nomi di Contra’ e Stradella dei Giudei, nelle zone in cui gli ebrei praticavano le loro attività (per consuetudine, non potevano affacciarsi sulle piazze principali ma nei punti di traffico commerciale) che furono sostituiti, rispettivamente nel 1867 e nel 1941 in Contra’ Cavour e Stradella dei Nodari, con la motivazione nel caso di quest’ultima, che la denominazione non era “più consona con le attuali direttive politiche sulla razza”.

Quale che sia la via praticabile per dare nuova vita (perdonerete il gioco di parole) a questo cimitero, è auspicabile che il Comune trovi in futuro un modo per rispettarne la memoria.

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