Idraulica sociale

Sopravviveremo all’istinto di sopravvivenza? Capitolo 2

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di LABIS – Laboratorio Idee per il Sociale

Seconda puntata: “Di come la pandemia ci rivela gli sviluppi possibili dell’istinto di sopravvivenza”

Ci sono eventi che scardinano inesorabilmente il mondo consueto. È scontato dire che, da un bel po’ di mesi, stiamo affrontando uno di questi eventi. Ciò che accade è per la prima volta un’esperienza di minaccia collettiva, contemporanea e globalizzata percepita coralmente. 

Minaccia che sconvolge il nostro istinto di sopravvivenza a più livelli e in modi anche contraddittori tra loro.

Dopo aver stravolto il senso di continuità e l’organizzazione spazio-temporale e prossemica dell’esistenza, ci mantiene prigionieri sia sul piano interpersonale che sociale in dilemmi tra valori, bisogni, necessità: la salute o il lavoro? L’amicizia o la sicurezza? La libertà o la responsabilità? Ci aggrappiamo a nuovi salvagenti come il distanziamento, le mascherine, i disinfettanti, le conferenze stampa dei governatori, i D.P.C.M come simulacri del nostro bisogno di salvezza. Ma il pericolo continua e chi dovrebbe salvarci – Medicina, Scienza, Politica – sembra allo sbando come noi. Dal corpo individuale al corpo sociale, che lo ammali o meno il Covid, si rivelano e riacutizzano le fragilità nascoste ma già esistenti.

Compresa la difficoltà di rappresentarlo, questo evento sconcertante.

La prima metafora cui ci si è aggrappati è stata quella della Guerra. Sistema di sopravvivenza basato sul binomio Difesa/Attacco. Grande metafora virile, semplificatrice e ordinante. Cementante. Ci ha ricompattato contro un Nemico ancora sconosciuto. Niente di più potente per ri-gerarchizzare un popolo. Abbiamo avuto bisogno di delegare a Generali, Strateghi, Eroi e soldati. Di decisioni veloci. Totalizzanti. Di bugie rassicuranti. Di valori nazional-popolari.

Aggrappati a “presto finirà”.  

Perché l’impresa guerra interrompe la pace ma mantiene anche intatta l‘idea della normalità a cui tornare. Prima o poi finisce. Macerie da ricostruire ma si ricomincia a vivere. Come prima.

In effetti è quello che è successo. Il nemico sembrava sparito e noi siamo usciti dal Bunker per riprendere le vecchie consuetudini.

Ma nella seconda ondata la metafora della guerra non tiene più… I Generali sono diventati inaffidabili e litigiosi. Gli eroi sono distrutti. I soldati depressi. Il nemico è cambiato.

L’arrivo del Vaccino-Salvezza ridà una speranza incerta ma i tempi si allungano. Il morale traballa.

Abbiamo bisogno di altre forme di rappresentazioni: non solo di ciò che sta accadendo, ma anche di quello che siamo e facciamo mentre accade…

Ritorna con maggior consistenza la metafora della Cura, che già si era offerta, troppo poco ascoltata, nella prima ondata. 

Una metafora materna. Primaria. Affettiva. Con una struttura complicata e articolata che distoglie l’istinto di sopravvivenza dalla classica triade individualista attacco-fuga-immobilità e lo mette di fronte al suo scacco. Lo incoraggia a salire dolorosamente di prospettiva. A riconoscere che si deve convivere col pericolo. Cioè stare nella tensione, vivere responsabilmente il rischio. Riconoscere la fragilità del corpo e della mente e la nostra inevitabile interdipendenza.  Come vincolo e risorsa insieme. Anche nell’asimmetria della relazione non c’è delega ma scambio differenziato.

Guerra e cura, pur condividendo lo stesso scopo di affrontare ciò che ci minaccia, appaiono però divergere tra loro nella modalità relazionale in cui ci si guadagna la sopravvivenza. Nella guerra ci si salva contro, nella cura ci si salva con.

Nella guerra il legame sociale si esprime nella sua dimensione primariamente difensiva. Si consegna una fiducia delegante al Potere dei generali e a chi governa. L’evoluzione è bloccata dall’espulsione dell’angoscia inglobata nell’idea di “vincere” il nemico e nel voler tornare come prima.

Nella cura, il legame sociale aggiunge al suo scopo difensivo la dimensione del dono e della mutualità, come conseguenza del riconoscimento di bisogni e fragilità comuni. Guidati da una fiducia partecipe che, riconoscendo a ognuno, il compito di contenere una parte sofferente del Sé, dà una diversa qualità alle necessarie gerarchie di potere.  

Guerra e cura, presi come paradigmi, possono associarsi molto bene ai due fondamentali stati della mente, quello infantile e quello adulto. Fasi dello sviluppo psichico di ognuno, ma per estensione anche  forme di funzionamento sociale.  

Ovvio pensare che corrispondano ad età anagrafiche ma, nella dimensione psichica, sia essa singolare o plurale, questi due stati mentali coesistono, con alterne vicende di dominanza dell’uno o dell’altro, non solo coerentemente con il grado di sviluppo ma anche in risposta a ciò che viviamo. Anche quando si è acquisito lo stato mentale adulto è sempre possibile regredire a stati infantili della mente in situazioni critiche o eventi stressanti esterni o interni.

Critico e stressante è certamente questo lungo periodo di convivenza con la pandemia che ci sfida quindi, come individui e come collettività, a mantenere o ri-conquistare lo stato mentale adulto per ripensare la vita, le relazioni e la dimensione sociale guidati dalle diverse declinazione del dare e ricevere cura.

In questa prospettiva ci proponiamo ora di dare voce a riflessioni, esperienze, aspettative, proposte.

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