Idraulica sociale

Sopravviveremo all’istinto di sopravvivenza? Capitolo 1

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di LABIS – Laboratorio Idee per il Sociale

Prima puntata: “A volte si riesce a comprendere più chiaramente il presente, specie quando è angosciante e destrutturante come quello che stiamo vivendo, facendo un passo indietro. Come capire meglio reazioni e gestione della pandemia partendo dal decreto Sicurezza.”

Liquidato in tre parole, l’istinto di sopravvivenza è in realtà un sistema complesso di automatismi che predispongono la nostra reazione al pericolo. Quando si attiva, funziona come una specie di magnete che disancora dal pensiero e da ogni altra emozione. Perché, finché pensi che quel camion sbanda e calcoli la sua traiettoria invece di frenare, sei già spacciato. Lo stesso se indugi sul dubbio che, magari per evitare il camion, investi quel signore e il suo cane.

L’istinto di sopravvivenza salva (quando ci riesce) solo te.

È nemico del Pericolo, ma anche del Pensiero e degli Altri.

In qualche modo ha una struttura paranoica, irrazionale ed egoista: tre inclinazioni che potrebbero risuonare familiari di questi tempi – e non solo da quando la pandemia ci ha catapultati fuori dalle sicurezze/insicurezze conosciute.

Tre inclinazioni che possono, paradossalmente, diventare più pericolose del pericolo da cui dovrebbero proteggerci. E che, così come hanno meccanismi individuali, si organizzano anche nelle diverse articolazioni della società.

Ne è un esempio il “si salvi chi può” della folla che, spaventata, esce senza criterio dallo stadio. Ma lo sono anche il Decreto Sicurezza, la guerra in Iraq, la Shoah che, pur su scala molto diversa, sono possibili tristi prove di come i meccanismi di sopravvivenza di un popolo condizionino la sua storia e si prestino a diventare strumenti per fini molto diversi dalla sicurezza reale.

Prendiamo tutta l’idraulica sommersa del Decreto Sicurezza, dato che è sotto casa.

Passaggio uno: distorsione e amplificazione del pericolo percepito (e hai voglia di spiegare, dopo che il sistema anti-minaccia è stato attivato a tutto gas, che il problema c’è ma non siamo, dati alla mano, vittime di un’invasione).

Passaggio due: lusinghe e seduzione del vissuto paranoico ed egocentrico (finalmente potrete difendere i vostri confini, le vostre case, chiese, lavoro, donne ecc. dai barbari). Effetto? Ecco qualcuno che ha capito, farà quello che va fatto e io torno a sentirmi al sicuro.

Non conta che il fenomeno non venga nemmeno scalfito nella sua inarrestabilità, né che la clandestinità così incentivata vada a rinforzare la piccola o grande criminalità migratoria. Conta che la paura venga disattivata col suo linguaggio. Effetto antalgico. Intanto la malattia continua, ma sotto la soglia del dolore.

Se questo fosse il modo per catturare consenso e aumentare i propri voti sarebbe già abbastanza criminale. Ma c’è purtroppo un altro grande risultato che, sfruttando anche altri meccanismi psico-sociali, ha la funzione di regolare, espellendole, le tensioni che potrebbero far vacillare il sistema. Mettere il precario sottopagato o il piccolo negoziante soffocato dai centri commerciali contro il migrante devia, secondo la classica logica del capro espiatorio, il vero conflitto sociale. Distoglie l’attenzione e la rabbia dai veri antagonisti, quelli che sfruttano il lavoro precario e la grande distribuzione e quelli che legittimano questo modello di sviluppo senza preoccuparsi di chi ne viene macinato dentro.

L’illusorio senso di vittoria (del macinato) sul più debole e la sicurezza antalgica compensano e silenziano l’impotenza negata sua e di molte altre categorie sociali.

Un’impotenza negata, fraintesa e non riconosciuta nemmeno dalla Politica di chi si oppone al Decreto Sicurezza e alle sue logiche semplificatorie, espulsive e deumanizzanti.

Spesso si minimizza, si disprezza e colpevolizza la paura del diverso, leggendola solo come manifestazione di razzismo, egoismo o dell’ormai onnipresente e vilipeso “sentire di pancia”.

Non si decodifica il sintomo, quindi il bisogno che lo sostiene. Non si legge la sua funzione di compensazione/spostamento dal conflitto sociale sottostante, quindi si sbaglia diagnosi e inevitabilmente anche terapia. Col risultato che il paziente temerà più la cura che la malattia arrivando a diffidare del dottore.

E oggi che l’Estraneo/il Perturbante/l’Invasore si chiama Covid 19 ed è molto più imprevedibile, distruttivo, scardinante e minaccioso di tutti i barconi arrivati a Lampedusa, cosa si inventa l’istinto di sopravvivenza in ognuno di noi e nella gestione collettiva, sociale e politica della pandemia?

Beh, il discorso è lungo e magari sarà incompleto e pure criticabile, ma ci proviamo lo stesso.

Alla prossima puntata dunque.

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