Appunti

Storia di un complottista e di una donna che lo rimase ad ascoltare.

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di Grisha l’Orso

«Dottore, ma lei cosa ne pensa di tutto quello che è successo?»

La donna pone la sua domanda rassettando nella borsa; dall’altra parte della scrivania, l’uomo in camice bianco solleva lo sguardo dalle carte che sta compilando. Le mascherine chirurgiche nascondono metà del volto ad entrambi, ma le pieghe attorno agli occhi rivelano un grado di apprensione nella donna e uno stato di rilassatezza nell’uomo. È una mattina di giugno del 2020 e i due si trovano in Italia, la pandemia di covid-19 imperversa e miete vittime in giro per il mondo, ma in Italia pare essersi arrestata e molti italiani si permettono di parlarne al passato.

«Ah!» il medico emette un sospiro prolungato, molleggiandosi sullo schienale della sedia «Io sono un complottista!»

«Un complottista, lei…?»

«Proprio così.» conferma lui, con il suo tono pacato «Quando ero all’università, io studiavo i coronavirus. Mi ricordo bene quali fossero le loro caratteristiche! Quello a cui abbiamo assistito in questi mesi è molto diverso. La mutazione che c’è stata, nel ceppo e nel comportamento, sono tutte prove che il covid-19 è stato creato in laboratorio e poi disseminato nel mondo, apposta per contagiarci tutti e poi venderci il vaccino. Non ci sono altre spiegazioni al comportamento visto.»

Pur sempre mascherato, si intuisce la presenza di un sorriso sulle labbra del dottore, professionista nel rasserenare le persone davanti alle difficoltà. Sorridono amabilmente da entrambi i lati della scrivania tutte le persone nelle foto incorniciate: la moglie, prima donna primario nell’ospedale cittadino, i figlioletti e i fratelli, rimasti invece ad occuparsi dello studio notarile di famiglia. Sorridono, convinti, dalle rispettive posizioni lavorative, dalle loro carriere di professionisti affermati e dagli agi sociali che ne conseguono.

Il dottore è uno che ha studiato, pensa tra sé e sé la signora, le lauree e gli svariati titoli di studio appesi nella parete alle sue spalle stanno lì a testimoniarlo. Eppure, non ci sono pezzi di carta che provino una sua profonda conoscenza di quello che sta succedendo adesso, con il covid-19: sì, certo, è uno che ha studiato e che poi ha fatto il medico per tutta la vita, ma non è appunto un esperto di pandemie. Non si può essere onniscienti a questo mondo, bisogna pur accettare che esistono autorità competenti in determinati ambiti del sapere, in grado di fornire pareri autorevoli, sulla base di studi e ricerche condotti scientificamente.

Dall’altra parte del tavolo, il medico che le è sempre apparso una persona colta e razionale sta insinuando che il covid-19 sia stato modificato in laboratorio, sta contestando la versione ufficiale sull’origine del virus fornita dalle organizzazioni mediche e scientifiche di tutto il mondo. A quanto pare, il dottore ha deciso che la propria opinione conta più di quanto viene detto dagli esperti e poi ripetuto dai media. Sta mettendo in discussione il principio stesso di autorità su cui si fonda il suo campo del sapere, è una rivolta personale.

«Magari si è messo ste idee in testa solo per andare contro quello che dicono i suoi capi.» la signora tenta nella propria testa di razionalizzare l’atteggiamento del medico «Un po’ come tutte le volte che me la prendo con quello che ci chiedono dai piani alti… è che sono così odiosi e raccontano talmente tante balle!»

Forse sotto i sorrisi smaglianti sfoggiati nelle fotografie qualcosa rimane inespresso, arriva a pensare la signora. Forse il dottore ha visto altri camici bianchi affermarsi senza alcun merito ai suoi occhi, tra i quali magari la stessa moglie; forse i suoi superiori non gli riconoscono nel lavoro quel margine di autonomia di cui lui sente bisogno; forse ritiene contraddittorie e dannose le politiche adottate di volta in volta dai vertici della sanità, dal livello locale su fino a quello internazionale; forse è rimasto scosso dai recenti scandali sulle pubblicazioni in prestigiose riviste di articoli scientifici con risultati falsati, non sottoposti ad alcuna revisione per via degli eminenti studiosi coinvolti; forse gli è capitato personalmente di imbattersi in ricerche prive di fondamento, motivate solo dall’esigenza di raccogliere fondi o da altre pressioni esterne.

Per un motivo o per l’altro il dottore ha evidentemente smarrito la fiducia nel sistema. Non riconosce la legittimità di quanto affermano fonti ben più autorevoli di lui. Parla con una paziente e cerca di minare l’autorità, attaccandola per l’appunto nel suo principio, il metodo scientifico: perché rifiutarsi di credere alla versione ufficiale semplicemente per partito preso, basandosi su lontani ricordi universitari e prove inconsistenti, significa allontanarsi dal cammino tortuoso lungo il quale la scienza è evoluta nei secoli, tra un errore e l’altro, a volte tornando indietro, ma pur sempre evolvendo. Opponendo quel rifiuto, il dottore sta negando la logica stessa su cui ha fatto affidamento fin da studente, sulla quale si è costruito un lavoro e una vita intera, niente più e niente meno che la propria esistenza. 

«Questo qui è come quel mona di mio marito» riflette la signora «Tutta la vita a darsi da fare in politica, nel sindacato, viva la partecipazione, ma da quando non c’è più il suo partito e vede la pensione in pericolo è lì che blatera che ci vuole un uomo forte, uno solo al comando, per sistemare tutto. Mona uguale.»

Perché un medico che smette di credere nella scienza è come un cittadino che smette di credere nella democrazia. In entrambi i casi, è questione di metodo.

«Questa» la visita è terminata, il dottore sta allungando sul tavolo la ricetta appena compilata «può darla fuori alla… alla cosa.»

L’uomo in camice bianco ha incespicato su una parola. Il professionista dai bei modi e ben istruito non ricordava più come riferirsi alla donna che lavora per lui oltre la porta del suo studio, la sua segretaria, e l’ha chiamata cosa. Si tratta soltanto di un termine, ma è quanto basta a far scattare in piedi la signora piuttosto contrariata e a farla uscire dalla stanza quasi senza salutare il dottore, che intravede appena una smorfia al di sotto della mascherina, ma non ci si sofferma e inizia a igienizzare tutto per la visita successiva.

Il dottore avrà anche le sue ragioni per dire quello che dice, per ribellarsi. Appare persino disposto a reclutare alla causa altre persone, meno istruite di lui, spiegando loro come stanno davvero le cose. Ma non è certamente il cammino della scienza, quello che suggerisce di percorrere, non aiuta ad elevare la cultura e le condizioni di vita delle persone. La sua è una rivolta per chi sorride da posizioni invidiabili nella scala sociale, per chi digrigna i denti pensando a quelli più in alto e concepisce come inferiori quelli più in basso.

«Va bene dubitare, soprattutto dei sedicenti esperti. Va bene mandare a quel paese i propri capi e quello che dicono, quante volte lo farei. E va bene essere incoerenti con sé stessi, in fondo chi non lo è. Ma questo no, non va bene.» conclude la signora, pagando la visita alla segretaria «Perché mio marito sarà anche un mona, ma non si sognerebbe nemmeno da ubriaco di riferirsi a chi sta sotto di lui come a degli oggetti!»

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