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Sulle bande nere

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Dall’anno 2002 con l’associazione Arciragazzi attivammo il primo nostro progetto rivolto alle bambine e ai bambini che arrivavano a Vicenza provenienti da diversi parti del mondo.  Lo chiamammo “I BAMBINI DEL MONDO A CASA NOSTRA… I NOSTRI RAGAZZI NEL MONDO”. Avevamo già capito cosa stava succedendo con la ripresa delle migrazioni, questa volta non più verso i Nuovi Mondi, ma verso l’Europa.  Europa che – con lungimiranza – finanziava scambi internazionali tra giovani per favorire la conoscenza e il confronto su temi come l’accoglienza, la partecipazione giovanili, la cittadinanza attiva, il razzismo, la xenofobia, il dialogo interculturale per la pace, ecc. E quindi decidemmo di far partecipare le nostre e i nostri soci adolescenti a queste interessanti esperienze che li hanno portati in tanti paesi europei e del Nord Africa. Anni ricchi per loro e per noi, educatrici ed educatori che crescevamo assieme, e per le bambine e i bambini di tutti i colori che frequentavano le nostre attività. Speravamo che questo ci aiutasse a diventare una società migliore in tutti i sensi. Ma la storia non è andata così, purtroppo.

L’intolleranza verso l’altro, il diverso, è cresciuta di pari passo con la perdita dell’illusione di pensarci ricchi ed efficienti, accompagnata dai tagli ai servizi: meno soldi per la scuola pubblica, per il settore sociale della sanità, per l’accesso alla casa e infine la perdita dei posti di lavoro, anche per la scelta fatta da molti imprenditori locali di portare la produzione altrove, cercando i propri benefici economici.

Pensando sempre al divenire, considerando il basso indice di natalità italiano e l’incipiente magnifica opportunità per le ragazze e i ragazzi italiani di varcare i confini per motivi economici, di crescita professionale, o semplicemente per conoscere il mondo (come Marco Polo, Vespucci,  Pigafetta, e tanti altri), abbiamo capito quanto  fosse necessario promuovere a livello politico una legge di cittadinanza che estendesse a questi “nuovi italiani” tutti i diritti garantiti dalla nostra Costituzione, così come tutti i doveri derivanti.

Come successo in altri paesi (vale l’esempio di quelli americani che continuano ad accogliere tanti europei), lo Ius Soli poteva aiutare la coesione sociale, evitando le situazioni di discriminazione che oggi contrappongono alcuni settori delle nuove generazioni. Purtroppo, questa legge è ancora ferma nel Parlamento, dove la lettura della realtà sociologica del Paese non arriva o non viene considerata alla pari di quella economica.

E così tutte le esperienze che ci hanno raccontato i nostri partner europei (Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, fondamentalmente) sulle difficoltà di inserimento sociale della famosa “seconda generazione” abbiamo cominciato ad incontrarle anche noi, nella moderna Italia.

Leggendo sui giornali di questi giorni che crescono le “Bande Nere” nella nostra tranquilla città, per contenere il dilagare delle “gang giovanili” i cui componenti dicono essere fondamentalmente stranieri, mi sono posta alcune domande: con l’accelerazione della crisi economica incipiente, non rischiamo che chi oggi viene indicato come “pericoloso” per la società, non accetti più di essere considerato di classe inferiore, di non avere le stesse opportunità dei suoi coetanei, di non sapere dove e come proiettarsi nel futuro, e dica BASTA? Saremo capaci di evitare le rivolte in stile “banlieu parigine” o londinesi? Chi li proteggerà se vengono attaccati e malmenati da quelli che si professano i “difensori della razza bianca”?

Oltretutto questi “ragazzacci” non si accontentano di indicare gli stranieri con fare minaccioso, puntano l’indice contro anche chi come me (e non mi pento) cammina accanto a quei ragazzi venuti da altri Paesi per favorire la loro integrazione, difendendo il loro sogno di costruirsi una vita degna nel Bel Paese. E per migliorare questo Paese con una convivenza serena nelle diversità che lo costituiscono da quando Enea approdò da queste parti del Mediterraneo.

Quindi adesso è arrivato il momento che il Parlamento recepisca questo bisogno e lo converta in legge, con visione di futuro, con coraggio, con l’idea che il legislatore segna la strada da percorrere come Paese. Le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri, o arrivati già in età scolare, si aspettano questo riconoscimento perché non c’è nessuna ragione vera, se non quella miope dell’egoismo localistico, per trattenerli in questa situazione di non-cittadinanza considerando che in alcuni casi non godono più nemmeno di quella dei loro paesi di origine.

Auguro per me, per loro, per tutte e tutti noi, che ci sia un ripensamento di tutta la società su questo importante tema, e non si continui a considerare solo come un problema di ordine pubblico o di salvaguarda del decoro della nostra bella città.

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