Lavoro

“Talking ‘bout my generation”

4 minuti di lettura

di Anonymous

Sono stata fortunata e nella vita ho potuto studiare e imparare e specializzarmi. Ho raggiunto un totale di 13 anni di scuola dell’obbligo, come la maggior parte delle persone (non tutte, la maggior parte). Ci ho aggiunto, per possibilità, 5 anni di specializzazione. Questo grazie certamente a una serie di privilegi e di scelte fatte da una famiglia che ha dato priorità, come scelta educativa e scelta politica, alla mia istruzione. All’istruzione di una bambina che cresce, pensa, impara, critica, cambia. Questa è la prospettiva da cui si parte. Per la facoltà che ho scelto, psicologia, dopo la laurea (come molte altre) bisogna fare un tirocinio. È obbligatorio per poter accedere all’esame di stato ed iscriversi all’albo degli psicologi. Si tratta di un tirocinio di 1000 ore continuative. Un anno, per capirci. Per tirocinio si intende che si fa un “contratto-non-scritto-di-cui-tutti-conosciamo-le-regole” per cui io lavoro gratuitamente in cambio di una formazione ed un’istruzione al mestiere che voglio fare. Funziona da sempre, è l’apprendistato. Un giorno io potrò insegnare alla generazione dopo la mia, alle nuove leve, il mestiere che facevo io, promettendo, durante la mia carriera, di aggiornarmi così da poter fornire un’educazione attuale, con un senso storico circa lo sviluppo e la crescita del mestiere, adeguata e professionale.

Ciò che spesso accade, però, è che la formula del tirocinio venga interpretata in modo “alternativo”. Un lavoro (non pagato), regolamentato, con tanto di assicurazioni e tutele, GARANTITO dall’Università ma non pagato (nemmeno un rimborso). Questo permette a molti di far svolgere alle già citate nuove leve quei mestieri che definirò “lavoro sporco”, con il significato del senso comune. La manovalanza, per capirci. Mail, sistemazione dei documenti, degli archivi, degli armadi (dentro cui alle volte si trovano oggetti personali del responsabile, giuro che ho messo in ordine dei rasoi da depilazione), fotocopie, scanner e tutta la specializzazione che può girare intorno a una stampante, la quale ha dei comandi – ne converrete – non così immediati. Ecco, quindi, che l’ambizione più grande diventa quella di rispondere al telefono, così hai una sorta di professionalità data dal fatto che possiedi delle informazioni che la persona dall’altro capo non conosce. Sai delle cose che l’altro non sa. Ti senti un po’ più su. È indescrivibile la soddisfazione, quando si è in più tirocinanti nello stesso ufficio, quando tocca a te, vieni nominata tu, per trovare dei documenti che non si trovano. È il tuo momento. Hai studiato una vita per essere quella che troverà quel fascicolo e consegnarlo a quella professionista che si presume dovrebbe avere con te un dialogo più consistente del “fammi tre fotocopie di questo” o “aiuta il signore a igienizzarsi bene”. È solo quando il quarto giorno chiudi la porta, perché fuori c’è troppo rumore e la tua collega tirocinante non riesce a parlare al telefono dell’associazione, che ti accorgi di quel cartello, “Segreteria”. Ah, ecco. Ma allora, aspetta. Se io sono laureata in psicologia, cosa ci faccio nell’ufficio della segreteria? Dove sono le psicologhe che devo osservare per imparare il mestiere? Non è nemmeno (tutta) colpa loro. Perché per avere una segretaria bisogna avere i soldi per pagarla, visto che svolge un mestiere da retribuire. E questi soldi non ci sono, perché i luoghi di cura, soprattutto della salute mentale, non godono di un grande sentimento di necessità, sempre nel senso comune, e purtroppo anche nel senso politico inteso come più istituzionale.  Quindi ecco trovata la soluzione.

Serve qualcuno che si occupi di mansioni burocratiche + questa persona non può essere pagata = prendiamo un tirocinante.

È pur sempre formazione. Assolutamente sì. Non quella scritta sul foglio della convenzione però.

Cerchiamo un’altra strada allora. La strada accademica. Quella dovrà andare per forza. Ridiamo. Ridiamo perché altrimenti fa piangere. Riesco a diventare l’assistente di quel professore che mi piaceva e che forse se punto su di lui arrivo a vincere un dottorato, magari una borsa di ricerca per approfondire la mia tesi. Era proprio scritta bene. Era così scritta bene che in realtà l’avevo fatta con l’altra mia professoressa che mi aveva detto che se sistemavo i dati, approfondendo così le mie conoscenze di statistica, chissà che una pubblicazione non venisse fuori. Non è andata bene perché poi questi dati non è che fossero così significativi, certo, la tesi non l’avevo nemmeno scelta io perché l’aveva scelta la mia professoressa e non è che sistemare i test o i dati possa essere considerata bassa manovalanza però in effetti sì, è proprio così. Un altro esempio di “lavoro spacciato per formazione, non retribuito”. Passare le ore per un progetto che non è il tuo, che ti è stato imposto per quella ricerca, ricerca che è uno dei compiti che fanno parte del mestiere del professore perché è compito tuo, professore, preoccuparti di non insegnare approssimazioni o falsità. Tu studi, verifichi, ti accerti. E questo, a volte, lo fai facendo ricerca. Oppure non la fai tu. Oppure la firmi soltanto. È una ricerca fatta con una promessa, un altro “contratto-non-scritto-di-cui-tutti-conosciamo-le-regole” per cui io studente, assistente, borsista, dottorando, seleziono il campione che mi dici tu “grande capo”, sistemo i dati e ti do i risultati. E tu, professore, pubblichi. A volte, mi ringrazi nel tuo articolo. Altre volte no.

Non è vero che non è formativo. Effettivamente si riceve una formazione in cambio. Si viene formati alla schiavitù. Ma alla schiavitù dei presi in giro. Perché funziona con il metodo del bastone e della carota, solo che la carota è la promessa di istruzione, di carriera, di poter lavorare con qualcuno di bravo. La carota è la disperata ricerca di maestri. Il bisogno di essere riconosciuti da loro per il lavoro che si è fatto.

Questi sono solo due degli esempi. Due degli esempi del male sociale attuale nella formazione dei giovani.

Se è vero che gli eroi muoiono quando hai vent’anni, non credo sia giusto che lo facciano anche i maestri. Come si può essere così egoisti da non aver la minima voglia di educare le nuove generazioni e non lasciare il posto a chi lo vuole fare davvero? E non solo in contesto accademico o scolastico. Se tu ne sai di più, trasmettilo a chi ne sa di meno. È questa la base della società. Dov’è il “buon esempio”? Se i bambini si educano dando loro il buon esempio, dov’è il buon esempio per i giovani che chiedono di essere formati? Perché se la risposta è un disimpegnato “siate voi il buon esempio”, allora pagateci per il lavoro che facciamo e fatecelo fare, assumeteci. Ma per davvero.

Pagateci per il lavoro che facciamo e fatecelo fare, assumeteci.

Pagateci per il lavoro che facciamo e fatecelo fare, assumeteci.

Pagateci per il lavoro che facciamo e fatecelo fare, assumeteci.

L’immagine di copertina è tratta dal film “Matilda 6 mitica” di Danny DeVIto

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