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The show must go off?

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di Edoardo Ferrio

Domenica 30 a Fornaci Rosse si sarebbe dovuto tenere un dibattito sulla situazione in America in vista delle elezioni, tra Covid e Black Lives Matter. Purtroppo, l’incontro con Francesco Costa e Riccardo Pratesi è saltato (anche se l’auspicio è che venga recuperato in tempo utile per le elezioni oltreoceano). Pur avendo già trattato di razzismo in questo spazio, torna utile farlo ancora una volta, come torna utile ripartire ancora una volta dallo sport. 

Il 24 agosto, il diciassettenne afroamericano Jacob Blake, di Kenosha, Wisconsin, è stato raggiunto da sette colpi di pistola alla schiena sparati da un poliziotto a distanza ravvicinata. Il ragazzo è rimasto paralizzato e attualmente è ammanettato al letto nella sua camera d’ospedale, nonostante sia impossibilitato a muoversi. Oltre alle proteste scatenatesi nella cittadina americana e di conseguenza in tutto il territorio, l’altra protesta visibile è arrivata ancora una volta dai giocatori di basket. 

La NBA ha ripreso le attività lo scorso 31 luglio nella cosiddetta “bolla” di Orlando: tutte le squadre sono attualmente ospitate a DisneyWorld, dove sono stati allestiti dei campi da pallacanestro in via straordinaria; i giocatori sono impossibilitati ad uscire, onde evitare che possano essere contagiati mentre si finisce la stagione, scongiurando in questo modo una seconda sospensione del campionato. Alla notizia del ferimento di Jacob Blake, a pochi minuti dall’inizio della partita contro gli Orlando Magic, i Milwaukee Bucks, formazione del Wisconsin, hanno deciso di boicottare la partita in segno di protesta. A ruota, tutte le altre squadre hanno sposato il boicottaggio e nei successivi giorni non si è giocato a pallacanestro. È stata anche ventilata una definitiva cancellazione della stagione, ma alla fine i giocatori hanno votato per tornare a giocare a cominciare da stasera. 

Se sia giusto cancellare la stagione per un episodio di razzismo in segno di solidarietà risulta una domanda più che lecita in questo momento storico. Per tanti motivi, la NBA sta rappresentando in questo momento la vera lotta e controparte politica di Trump, ancora più di Biden, al punto di guadagnarsi le attenzioni per direttissima dell’uomo alla Casa Bianca. 

Da quando sono tornati in campo infatti, i giocatori hanno scelto di sostituire i loro nomi sulle magliette con slogan in favore della giustizia e della solidarietà. Per fare un esempio a noi caro, il nostro Danilo Gallinari veste la sua numero 8 con scritto “Giustizia”, in italiano. Pur nella bolla, la vicinanza dei giocatori ai problemi dell’America si sta facendo sentire e le stelle della pallacanestro stanno continuamente invitando la gente a votare alle prossime elezioni, con lo scopo di far cadere Trump. Ovviamente, non sono mancate le ripercussioni direttamente dalla Casa Bianca.

Giusto ieri, Trump ha dichiarato di essere “stanco della NBA” e che i giocatori dovrebbero pensare a giocare invece che occuparsi di politica, visto il calo di ascolti del quale la lega sta soffrendo. E sempre il presidente repubblicano ha recentemente boicottato pubblicamente i pneumatici Goodyear, dicendo che ne avrebbe scelti di più efficienti per la sua limousine. Il motivo ufficiale sarebbe la linea dell’azienda, che avrebbe vietato nel dresscode sul posto di lavoro i cappellini “Make America Great Again”, ma forse oltre questo c’è dell’altro. Akron è la città natale di Lebron James e la Goodyear è l’azienda simbolo di una città americana in cui i tassi di povertà e di crimine sono veramente alti. Gli ultimi dati parlano della cittadina dell’Ohio come la novantaseiesima città più pericolosa d’America, con una probabilità di 1/116 di essere vittima di un’aggressione; il che, se rapportato alla popolazione della città (di quasi 200’000 abitanti) vuol dire circa che una persona ogni 1700 subirà un’aggressione, un numero veramente spropositato. 

Il boicottaggio di Goodyear da parte di Trump è una mossa che difficilmente si riesce a descrivere con una parola che non sia “subdola”: oltre che un attacco diretto alla NBA e alla comunità di Lebron, alla quale lui è estremamente legato, si tratta semplicemente di un tentativo di spostare il dibattito, cercando per di più di inguaiare un’azienda che dà lavoro a migliaia di persone in una città segnata che ha un passato burrascoso (se andate su Wikipedia, scoprirete per esempio che negli anni ’90 è stata una delle capitali della metanfetamina americana) dal quale sta cercando lentamente e con estrema difficoltà di distaccarsi. 

Stanotte la NBA tornerà in campo, ma perché questo avvenisse i giocatori hanno preteso dalle loro franchigie un impegno corposo a sostegno del Black Lives Matter: 500 milioni di dollari dai proprietari delle franchigie per promuovere una serie di attività e iniziative a favore della comunità nera, una serie di spot che incentiveranno il voto e promuoveranno i diritti civili; ogni squadra, nella propria città, avvierà una serie di attività a favore delle persone in difficoltà, le facilities delle squadre diventeranno sede di votazioni, creazione di una fondazione che sostenga la crescita del movimento Black Lives Matter.

In sostanza, la NBA non sposta il dibattito: la risposta dei giocatori è chiara “Noi non facciamo politica in America, ma noi siamo parte dell’America e come tali intendiamo compiere gesti responsabili.”

Più passa il tempo, più risulta difficile giustificare ed ignorare le posizioni e le affermazioni del presidente americano. La verità è che il razzismo dilaga sempre di più, in America come nel mondo, entrando dalla porta d’ingresso delle nostre istituzioni. 

Come già detto una volta (ma fa sempre bene ribadirlo) l’Italia non è esente da episodi di razzismo, anzi: gli ultimi dati parlano di oltre 7000 casi in 18 anni, pari ad oltre uno al giorno. Va inoltre ricordato che giusto qualche giorno fa, proprio nella nostra Vicenza, si è verificato un fatto increscioso che ha coinvolto le forze di polizia della città e un ragazzo di colore, con sinistre somiglianze con l’omicidio di George Floyd. 

Non si può pensare che questa sia la normalità: dovremmo anzi iniziare a credere e a comprendere che le nostre comunità sono molto più a rischio di quello che ci piace pensare. Se davvero, come pare, saremo costretti ad affrontare una recessione nei prossimi mesi, a causa della pandemia che ha sconvolto il pianeta, affronteremo un periodo di povertà e di tensioni sociali che rischiano di sfociare in episodi ben peggiori dell’arresto di un ragazzo in viale Roma. 

Il concetto va ribadito: dobbiamo difendere e vivere le nostre comunità, ripartire da questo se vogliamo pensare di avere un futuro solidale, nel rispetto di tutti e in cui tutti siano accolti. Dobbiamo ricostruire e ricucire i nostri tessuti sociali sempre più frammentati e caotici, dobbiamo ripensare le nostre società, che stanno diventando obsolete per il mondo del XXI secolo e dell’informazione istantanea, dobbiamo ripartire dal dialogo e iniziare a pensare come vogliamo che siano le nostre città nei prossimi anni. 

Diffiderei di chi mi dice che la nostra società è accogliente e ospitale per tutti. Semplicemente non è così, e prima ce ne rendiamo conto meglio è. 

Io credo, ma sono certo sia un’idea condivisa, che Fornaci Rosse sia esattamente questo; come lo sono le iniziative della Caracol Olol Jackson, il volontariato Caritas, le iniziative dell’ANPI e l’impegno civile in genere. Sono modi, diversi ma ugualmente indirizzati, atti a costruire e ripensare le nostre città e le nostre comunità; sperare in un futuro migliore e cercare di non farsi schiacciare dall’opprimente senso di decadenza cui ci ha abituato e obbligato la società capitalista e dei consumi degli ultimi settant’anni.

Fornaci Rosse è ripartito ieri da Flusse; oggi proseguirà con l’incontro con Crisanti e Lorenzoni. E, sicuramente, vale la pena esserci.


NOTE

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