Primo Soccorso Lavoro

Vi presentiamo il Primo Soccorso Lavoro.

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di Giuseppe Rigobello

Il progetto Primo soccorso lavoro di Porto Burci, nonostante fosse in progettazione già da alcuni mesi (ovviamente ignari del disastro che sarebbe successo di lì a poco), è diventato operativo proprio nel momento in cui il coronavirus cominciava a creare grossissimi problemi. Il nostro sportello si è rivelato dunque, attraverso le richieste e le domande di chi lo ha contattato, un punto di vista privilegiato rispetto all’esplosione delle contraddizioni del mondo del lavoro che l’epidemia in primo luogo, e il lock down successivamente, hanno comportato. Sì, perché è giusto dire che non è stata solamente l’emergenza di per sé a generare una tragica crisi, ma quel che è davvero importante è che si è innestata in un contesto già da prima fortemente problematico ed ingiusto. Come troppo spesso accade le crisi vengono pagate maggiormente da chi era già in difficoltà.

Come servizio che vuole andare ad intercettare chi per qualunque motivo ha difficoltà a rivolgersi ai sindacati, cercando di dare una prima risposta ed indirizzando a chi i problemi li può risolvere concretamente, siamo venuti in contatto con le principali questioni sollevate dal virus nel nostro territorio. E, come ho già detto, non sono questioni nuove, bensì l’ennesimo riproporsi della vera faccia del tanto decantato nordest produttivo, che, anche nei giorni del contagio, mette il profitto davanti ai diritti dei lavoratori.

Non scopriamo solo oggi il conflitto tra lavoro e salute, imposto dal nostro sistema economico, eppure è sconcertante vedere come ci sono stati datori di lavoro che, nonostante la pandemia, non volevano concedere ai dipendenti la modalità di lavoro a distanza, anche se perfettamente compatibile con le mansioni richieste, anche se richiesto dai vari decreti-legge. E’ sconcertante, eppure una delle prime richieste che ci sono pervenute riguardava proprio questo. Per non parlare dei lavoratori che hanno continuato ad andare sul posto di lavoro, anche in luoghi ad altissimo rischio, senza che il datore di lavoro gli avesse fornito adeguati dispositivi di sicurezza. Non dimentichiamo che ancora due settimane fa più della metà delle imprese del vicentino erano pienamente in funzione.

L’altra questione che non scopriamo oggi, ma che assume ora dei risvolti tragici, è quella del precariato. La precarizzazione del mercato del lavoro degli ultimi vent’anni ha mostra oggi la sua gravità. Esiste una fascia di lavoratori, in particolare quelli più giovani, che si muovono tra contratti di lavoro subordinato, come quello ad intermittenza, e rapporti parasubordinati, come le collaborazioni, che oggi faticano (quando non sono del tutto esclusi) ad essere raggiunti dai vari mezzi di sostegno al reddito messi in campo dal governo. Un “rider” non ha diritto alla cassa integrazione. Non sappiamo forse che il contratto a chiamata è troppo spesso un modo di nascondere il lavoro nero? Il settore della distribuzione (i bar in particolare) nel nostro territorio è mandato avanti da lavoratrici e lavoratori sulla base di questo rapporto contrattuale: una legalizzazione del lavoro nero in sostanza. E allora a cosa può servire la cassa integrazione in deroga per queste persone, se le ore dichiarate, che verranno quindi indennizzate, sono solo un terzo o un quarto di quelle che effettivamente lavorano normalmente? L’errore sta nel credere che questi siano solo “lavoretti” occasionali, quando invece sono la principale fonte di reddito per molte persone, con la quale devono pagare la spesa e l’affitto. 

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